La Disostosi Acrofrontofacionasale 1

La Disostosi Acrofrontofacionasale 1 (AFFND1) è una sindrome umana molto rara, caratterizzata da anomalie delle ossa, anomalie congenite (presenti sin dalla nascita) multiple e ritardo mentale. Ad oggi sono state descritte solo 4 famiglie AFFND1, 3 di origine brasiliana e 1 indiana. I pazienti sono gravemente malati: presentano ritardo mentale, bassa statura, anomalie facciali e scheletriche come labbro leporino/palatoschisi (cioè presenza di una fessura nel palato), campto-brachi-poli-sindattilia (cioè anomalie delle dita che consistono rispettivamente in una permanente flessione delle articolazioni tra le falangi, in un’abnorme brevità delle dita, nella presenza di dita in sovrannumero o dalla fusione di due o più dita) e gravi anomalie delle strutture del piede. Si ritiene che la trasmissione della malattia sia di tipo autosomico recessivo, cioè che non sia legata ai cromosomi sessuali e che siano necessarie due copie mutate dello stesso gene. Il gene che causa la malattia non è noto, ma la presenza di difetti congeniti in diversi organi suggerisce che il gene responsabile svolga una funzione importante per diversi tipi cellulari e cruciale durante lo sviluppo embrionale.

Nel nostro progetto abbiamo sfruttato il sequenziamento dell’esoma che rileva quasi tutte le variazioni di codifica presenti nel genoma di un individuo. Abbiamo raccolto campioni di DNA dalla famiglia indiana, composta da 2 affetti e dai loro genitori, e da 2 famiglie brasiliane, comprendenti ciascuna un singolo paziente; in 1 famiglia brasiliana solo 1 genitore era disponibile per l’analisi.

Su ogni campione raccolto è stato eseguito il sequenziamento dell’esoma. I dati così ottenuti sono stati analizzati secondo una serie di parametri standardizzati, considerando anche il modello di ereditarietà della malattia, la frequenza e la consanguineità dei genitori (in 2 su 3 famiglie). Abbiamo identificato un piccolo numero di varianti genetiche nelle 3 famiglie indagate. Non abbiamo trovato possibili geni candidati condivisi tra le 3 famiglie e questo suggerisce che più geni possano causare la malattia.

Per il momento ci stiamo concentrando sui risultati ottenuti nella famiglia indiana, utilizzando tecniche di biologia molecolare e cellulare, e di istologia; lo studio è in corso.

 

Dr.ssa Cristina Sobacchi
Ricercatrice
Laboratorio Biotecnologie Mediche

 


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